Lotta alle fake news sul web: la foglia di fico dei governi autoritari?

Come per la parola “terrorismo”, il termine “fake news” viene oggi utilizzato dai leader autoritari di tutto il mondo per giustificare le repressioni contro il dissenso: è quanto si legge nell’ultimo rapporto sulla libertà di Internet diffuso da Freedom House. Tuttavia, quello delle notizie false online è un problema concreto che ha impatti importanti in tutti i paesi, compreso il nostro.

Giusto per fare un esempio dal rapporto, negli ultimi 12 mesi in Bangladesh, India, Sri Lanka e Myanmar, le fake news hanno scatenato esplosioni di violenza contro minoranze etniche e religiose. A chi interessano queste tensioni interne? Alle forze antidemocratiche e a stati terzi ostili che hanno favorito queste dinamiche attraverso la deliberata manipolazione e la diffusione di contenuti online. Infatti, come riporta The Verge, Mike Abramowitz, Presidente di Freedom House, ha dichiarato che proprio la propaganda online e le fake news stanno avvelenando sempre di più l’infosfera digitale; i governi autoritari e populisti stanno cavalcando l’onda della guerra alle fake news come pretesto per imprigionare giornalisti, dissidenti politici e critici attivi sui social attraverso leggi che, formalmente, rendono un crimine la diffusione di notizie false.

Come ricorderete, negli ultimi due anni è emerso come gli hacker russi abbiano preso di mira gli elettori degli Stati Uniti per minare l’integrità delle elezioni del 2016, e da allora, i ricercatori di cyber-security hanno scoperto ulteriori violazioni dei dati che riguardano 198 milioni di americani, 93 milioni di messicani, 55 milioni di filippini, e 50 milioni di elettori turchi. Si tratta di numeri importanti in grado di destabilizzare gli interessi e gli equilibri geopolitici in tutto il mondo. In questo contesto, la Cina (che si è classificata come il paese peggiore) sta giocando la parte del leone vorace: come si legge su Quartz infatti, Pechino sta diventando abile nel controllare le informazioni sia all’interno che all’esterno dei propri confini minando la libertà informativa di diversi paesi, in particolar modo in Africa. Il modello cinese di controllo della vita digitale dei propri cittadini fa leva su diversi fattori: dalle leggi regolatrici per i media online alla rimozione forzata dei contenuti; dalla revoca dell’accesso a Internet fino all’arresto e alla violenza esplicita contro gli attivisti digitali.

E in Italia? Anche se, a dispetto della narrazione catastrofica di questi giorni, non siamo un paese né autoritario né tantomeno repressivo (se paragonato ad altri paesi a cui si riferisce il report di Freedom House), restiamo senza dubbio uno dei paesi più vulnerabili e manipolabili dalle fake news attraverso l’infosfera digitale: secondo uno studio lanciato quest’estate dai professori Altinier e Pira e dal gruppo di ricerca sui mezzi di comunicazione di massa dell’Università Suor Orsola Benincasa, l’82% degli italiani non riconosce una fake news da una notizia vera. L’ottantadue percento. Ma quali sono le conseguenze concrete della disseminazione di fake news o della propaganda violenta?

Un esempio è il recente attacco terroristico di Pittsburgh (in USA, mica in Siria!): l’attentatore era un utente del social network Gab (definito dai media in questi giorni un social ‘far-right friendly’) il quale per scelta di mercato non applica nessuna moderazione ai contenuti postati: normalmente i post si concretizzano in teorie del complotto su Soros o post di odio verso ebrei e musulmani. Uno scenario plausibile è che un utente sensibile bombardato da anni di sciocchezze anti-ebraiche abbia perso il senno e sia andato a far piazza pulita in una sinagoga a colpi di fucile. Impossibile? L’attentatore stesso ha dichiarato cosa stava per fare su Gab scrivendo “HIAS likes to bring invaders in that kill our people. I can’t sit by and watch my people get slaughtered. Screw your optics, I’m going in”. Oltre a questo, ha postato diverse altre cose contro musulmani ed ebrei.

Tutto questo è un problema di cui le fake news sono evidentemente soltanto la punta dell’iceberg: vanno controllate, comprese, certo, ma il controllo rischia di diventare una scusa per la repressione. È una sorta di cortocircuito in cui il controllore e il controllato potrebbero avere interessi comuni. Come uscirne? Fortunatamente Freedom House indica anche qualche strada da percorrere, tra cui: garantire che tutte le normative relative a Internet rispettino le leggi e gli standard internazionali sui diritti umani;rendere operative le leggi sulla protezione dei dati online per fornire maggiore trasparenza e controllo sui propri dati personali, finanziare strumenti e metodologie per il rapido contrasto agli attacchi delle libertà di internet e imporre sanzioni – come il congelamento dei beni materiali – a società tecnologiche direttamente coinvolte nelle violazioni dei diritti umani.

In estrema sintesi, la lotta alle fake news e ai contenuti che alimentano davvero l’odio tra gruppi sociali deve essere reale, concreto, e non un facile proclama propagandistico (vi ricorda qualcosa?): il rischio è che la scusa di combatterle diventi facilmente un metodo per reprimere il dissenso politico che non ha nulla a che fare con la diffusione di bufale o di informazioni false; anzi, il loro consapevole utilizzo da parte di attori in malafede è un’arma per alzare il livello di tensione e di conflitto all’interno dei paesi per destabilizzarli e controllarli, come per gli esempi del Bangladesh, dell’India, dello Sri Lanka e del Myanmar. Per dirla con le recenti parole di Tim Berners-Lee, il web si è evoluto anche in uno strumento di iniquità e divisione, influenzato da forze che lo usano per i loro scopi: abbiamo raggiunto un punto critico, e un cambiamento in meglio è possibile quanto necessario.

Consulente di comunicazione digitale e formatore, è appassionato delle dinamiche che riguardano l’impatto delle nuove culture digitali all'interno della società, dal business alla politica. Nasce nel 1987, anno in cui si sono sciolti gli Smiths e sono nati i Nirvana.

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer

Sliding Sidebar

About Me

About Me

Consulente di comunicazione digitale e formatore, è appassionato delle dinamiche che riguardano l’impatto delle nuove culture digitali all'interno della società, dal business alla politica. Nasce nel 1987, anno in cui si sono sciolti gli Smiths e sono nati i Nirvana.

Social Profiles